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Il Bengasi - 2 PDF Stampa E-mail
Giovedì 16 Luglio 2009 15:37
Indice
Il Bengasi
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Decidiamo di proseguire la discesa su quest’ultimo. A cinquanta metri l’acqua inizia a farsi più scura e leggermente più torbida: sotto sempre più buia. Continuiamo la discesa fino a set tant a metri e mi sembra di intravedere qualcosa: ma gli occhi devono abituarsi all’oscurità. Ancora pochi secondi ed eccolo, siamo sopra la poppa: il pedagno è legato al cannone. Stabilizzo l’assetto. Fabio è di fianco a me, mi segnala che è tutto a posto. Mi fermo a guardare il relitto dalla poppa . E’ sempre diverso da come te lo aspetti, dalle immagini che hai visto in fotografia o dai filmati che hai potuto vedere.
E’ in perfetto assetto di navigazione.
Rispettando la tabella di marcia scendiamo verso l’elica: è integra e così pure il timone. Una grande rete, completamente concrezionata, cade dalla murata di sinistra e crea una sorta di tunnel . E’ molto largo e mi ci infilo proseguendo sulla murata fino a risalire all’altezza della stiva di poppa.
Puntiamo ora verso la prua o, a quanto ci dicono, ciò che ne rimane. Arriviamo allo squarcio e scendiamo nuovamente sul fondo per osservarlo meglio.
La prua è devastata ma non sembra mancarne una parte consistente. Le lamiere sono contorte ed informi. Provo a spostastarmi lateralmente per cercare gli occhi di cubìa ma, almeno sul lato a dritta non vedo nulla. Non indugiamo oltre e partiamo sull’altro lato della nave puntando verso la zona poppiera.
La corrente è molto forte anche sul fondo e dobbiamo continuamente correggere per mantenere una rotta rettilinea. Ecco il grande boccaporto, quello dove si trova ancora il carico: scendiamo al primo piano. L’ambiente è completamente aperto su tre lati del vano. L’accesso è agevole e non vi è nulla che lo ostacoli. Abbiamo ancora un pò di tempo e tanto gas: decidiamo di dare un’occhiata. Il pavimento della stiva è letteralmente coperto di vetri: bicchieri, calici, coppe, vasi, bottiglie. Sopra di essi solo un sottile strato di sedimento. Prendo un bicchiere e provo a pulirlo con i guanti: sembrano perfetti. Osservando con la torcia mi accorgo che i vetri sono pieni di vita: una gran quantità di gamberetti fanno capolino dai bordi dei bicchieri e delle bottiglie. Ma è già tempo di risalire.
Ritorniamo al cannone e, giunti alla cima, ci stacchiamo dal fondo: ma seguirla durante la risalita sarebbe impossibile. La corrente non ci consentirebbe alcun controllo. A settanta metri optiamo per la risalita in libera mentre sotto di noi, con un ultimo sguardo, vedo sfilare il relitto. Dobbiamo lanciare un marker subito, come pianificato con Simone. Sclippo il reel ma faccio fatica ad estrarre il pallone dallo schienalino; Fabio interviene prontamente per aiutarmi. Portiamo a termine la manovra dopo esserci alzati di altri tre metri. Il pallone parte verso la superficie. Siamo nei limiti della pianificazion e adottiamo la decompressione stabilita. Durante la risalita ci liberiamo prima delle stages di fondo poi, una volta esauriti, dei primi deco gas.
Nel frattempo sentiamo il motore della barca sopra di noi. Arrivati ai trenta metri arriva Marco: ci alleggerisce prelevando gli scooters. Tutto procede bene fino alla riemersione. E’ una sensazione bellissima mettere la testa fuori dopo oltre tre ore in acqua. In barca raccontiamo ai ragazzi dell’immersione.
Poi parte il debriefing: potevamo fare meglio parecchie cose. Maggiore controllo in discesa e perdere meno tempo sul fondo in primis. Rientriamo al diving e passiamo al debriefing video. Il materiale è tutto da buttare. Abbiamo scordato di togliere un filtro e le immagini sono tutte sotto esposte.
Tutto da rifare, ma l’indomani saremo ancora sul relitto
 
 
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